Maruzza, nuovo romanzo di Vincenzo Muscarella. Madre siciliana che perde la figlia nell’ incendio del 25 marzo 1911 alla fabbrica Triangle Shirtwaist Factory di New York.

Maruzza”, nuovo romanzo di VINCEnzo Muscarella. madre siciliana che perde la figlia bruciata nell’incendio della fabbrica tessile di New York. Prefazione di Francesco tornatore.

Ricorre oggi, 25 marzo, il centonovesimo anniversario dell’incendio dell’incendio alla fabbrica tessile di New York nel quale persero la vita 146 operai/e.

Maruzza,  a breve in libreria, è il primo di una trilogia di romanzi Tri Matri dedicati a Maruzza, Antunina e Marietta, le madri delle tre ragazze di Cerda arse vive nell’incendio delle Triangle Shirtwaist Factory avvenuto a New York il 25 marzo del 1911 in cui perirono diciassette uomini e centoventinove donne.

                                                                                                      

Attraverso le immaginarie vicissitudini delle tre madri, Vincenzo Muscarella (vedi qui) racconta il contesto sociale, economico e politico della Sicilia sul finire del secolo diciannovesimo che spinse e costrinse prima gli uomini e poi le loro donne coraggiose e orgogliose ad emigrare, sole e con i figli al seguito, verso l’America.
Maruzza, insieme alla storia d’amore tra la protagonista e il suo uomo, narra le relazioni difficili tra due famiglie di ceti diversi.
Il romanzo è ambientato a Cerda, in provincia di Palermo, negli anni a cavallo del 1900 e racconta di Ciccio il figlio del farmacista che si innamora di Maruzza figlia del contadino più povero e la sposa con la classica fuitìna.
Il padre Don Vincenzino fa di tutto per metterli in difficoltà, per poi, con la complicità del trafficante di uomini del paese, costringerli a migrare verso la Merica.
La conclusione del romanzo potrà sembrare rimanere sospesa, ma non è un caso. Si tratta infatti del primo della trilogia e poiché i destini di Maruzza, Marietta e Antunina s’intrecciano tra loro, le storie troveranno i rispettivi epiloghi nell’ultimo libro.

                                                                                                                     

Pubblichiamo in anteprima a beneficio del lettore la Prefazione di Francesco Tornatore:

<< Un paese sembra un continente. Un continente sembraun paese. E il romanzo che ad essi ci conduce è classico… ma non lo è. È “ottocentesco” questo romanzo. Il mondo, per essere compreso, viene descritto in lungo e in largo, in generale e in particolare. In effetti solo ciò da cui ciascuno viene circondato è realmente mondo. Tant’è vero che la prima frontiera del circuito di vita è quel che l’individuo ha dentro di sé. Siamo l’insieme, né più e né meno, la relazione tra il fuori e il dentro.
Maruzza ce lo dimostra e ci dice, con i suoi movimenti più che con le parole, ciò che possiamo fare. Possiamo disporre di noi nella nostra coscienza. Sempre. Specie nella sventura. Ci è consentito tenere la guida del nostro cammino, il quale dipende anche dagli altri. Cioè: attraversare i doveri incombenti che si affollano mediante la quieta/irrequieta libertà che ci appartiene.
Si viene subito al dunque e subito chi legge è incollato a un interrogativo: come è potuto accadere? Com’è che sono finiti lì? In cerca di una risposta veniamo messi al cospetto della storia, di quello che capita all’essere umano, la cui ragione ci sfugge e ci inquieta. Gli accadimenti in fondo non sono che un matrimonio di fatto e l’emigrazione di una coppia con figli. Tutto qui. Eppure ci sentiamo spettatori di avvenimenti immensi.

All’accadere di Maruzza l’istinto protettivo ci fa contrapporre il nostro accadere. Ci differenziamo e in tal modo ci consoliamo: non siamo là, siamo al sicuro. Eppure ci arriva da questa ragazza un che di trascendente. Si direbbe una rivelazione, quella che ci avvolge quando scopriamo una realtà da noi differente. Questo è il pregio maggiore di Muscarella. Con la sua scrittura ci rende coinvolti e distanti, e costantemente consapevoli di esserlo. La lontananza è rassicurante e ci spinge alla massima presenza, alla immedesimazione diciamo pure.
Per essere vicini serve la distanza, ovvero l’assenza di paura. Ecco da dove proviene il desiderio di essere accanto a Maruzza per tentare di sostenerla. Illusi di averlo scansato, ci prende un tremendo timore.
Dinnanzi all’ira di lei, eterna, al suo amore impedito e forse disperante, saremo capaci di condividere simile tragedia? Per uscire dalla malìa e tornare al nostro rifugio quotidiano, alla quiete, non vediamo l’ora di finire la lettura del racconto. Marù… maru-su… il maroso. Lo spavento.
Maruzza è un mare femmina, un mare gentile. Quando se ne provoca la tempesta si vede costretta a ridursi, a rimpicciolirsi per riuscire a penetrare tra gli scogli e sfiatare interamente la sofferenza. E restiamo ammutoliti a guardare. Guardando, scopriamo il gioco di anteporre il dopo e posporre il prima che, è chiaro, non è un tecnicismo narrativo.
Piuttosto è il bisogno di fare in modo che una storia d’amore così densa si chiuda non nel dolore del dopo ma con la gioia di un inizio.

L’esposizione di Muscarella è all’incontrario: prima ci mostra gli effetti, in seguito le cause. Equivale a una modalità visiva di interazione con la realtà. La vista non può che assistere ai risultati parziali e definitivi dei processi, successivamente ci interroghiamo riguardo alle origini.
Al primissimo capitolo di Maruzza avviene tutto. Nel resto dell’opera verrà illustrato il come mai di tanto orrore. Una conferma evidente sulla maniera del discorso narrativo è Damiana, la notevole opera prima di Muscarella, di qualche anno fa. Altra figura eccezionale di donna, moglie e madre, la cui vicenda si svolge tra dopoguerra e anni ’70. Non fa parte della trilogia inaugurata da Maruzza, ambientata invece tra il 1891 e i primi del ‘900. Ciononostante, è irreversibile l’impressione che finirà per assumere il valore di epilogo della triade romanzesca. Addirittura, quindi, è complessiva delle opere di Muscarella l’impostazione: si inizia dal poi e si prosegue con l’antecedente. C’è una pulsione più forte in Maruzza, al di là della tecnica espositiva, risonante con la storia del personaggio. Se cominciassimo dal secondo e non dal primo capitolo (che presenta immediatamente il finale della vicenda) seguiremmo l’ordine cronologico di una linea di vita raggelante. Ma chi mai vuole veder finire in modo terrificante un amore grandissimo? E siccome, purtroppo, è proprio così che va, ecco la soluzione escogitata dall’autore:
prima vi ricu u tintu
e doppu vi ricu u bbuonu.
Se un poeta componesse un sonetto o una canzone, magari un’ode dedicata a Maruzza, lei resterebbe meravigliata, alla novità del gesto e per l’inesauribile pudore che le è proprio.
Non certo perché se ne riterrebbe indegna. In una donna così il livello di dignità è  assoluto. Sono una cosa sola. Qualsiasi uomo è disarmato con Maruzza – fatta eccezione di Don Vicinzinu. Può essere soltanto amata. Non c’è alternativa. Poiché è lei la fonte, lei proietta sugli altri tale spirito, quella emozione. Era forse necessaria una prova estrema di tanta purezza? Assolutamente no. Il turbamento che assale il lettore è dovuto proprio alla gratuità, alla illegittimità della sventura che ci viene fatta osservare.

Le tragedie, specie quelle più note in letteratura, hanno una loro insuperabile ragion d’essere: la tragicità che le pervade consiste nella sua fondatezza. Quale sia il fondamento della sventura di Maruzza non sappiamo. Non c’è. Poteva succedere a chiunque. Neanche a credere in Dio si potrebbe ottenere da Lui una spiegazione. Se evocassimo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (e sulla donna), lo sgomento non si risolverebbe anzi andrebbe ad aumentare, proprio perché è un sistema sociale alla nostra portata – cioè che noi esseri umani potremmo decidere di mettere da parte e superare – ma perdura da secoli e secoli. È l’immeritato, per l’appunto, che offende l’animo di Maruzza. Chi ha avuto il privilegio di incontrare questo genere di donna (erano tutte così fino agli anni ’50, con gli anni ’60 si ridussero di numero seppure non ancora nelle apparenze, dalla fine degli anni ’70 non se ne seppe quasi più nulla) sa – e non potrà dimenticarlo mai – che l’offesa imperdonabile era una: subire gesti o azioni non meritati, inspiegabili, che non avevano una causa diretta, che non si potevano attribuire per l’origine a colei che era chiamata a risponderne. E si scatenavano i guierri. Che esse sapevano vincere. Erano fiere, indubbiamente. Ma c’era un altro fulcro a incrementare la loro potenza: rendevano fieri coloro che avevano a fianco.
C’è una generazione, forse due, di giovanetti che hanno incrociato il passo e la visione di una donna e un’altra e tutte ancora: silenziose e scalpitanti, di forza immane e ininterrotta lena, ferme giammai salvo che a rammendare e allattare; erano attraenti e aspre; riservate e sfrontate; eguali ai maschi? La questione non si poneva, vederselo riconoscere per le più allitterate fu una necessità di qualche anno appresso, per loro no: la subalternità non le riguardava, ne ignoravano il significato, possedevano e promanavano la virtù dell’umiltà.
Quei giovanetti andarono sicuri per strade e stradine, per valli e colline, poiché spesso invisibili attorno attorno vi erano tali creature invincibili, a osservarli; a dissetarli, a saziarli, a renderli immuni da qualunque mancanza. Le si sentiva urlanti e a parlantina rapida durante le giornate; mentre a sera non troppo inoltrata se ne potevano captare  singole esclamazioni, risolutive esattamente come il fischio del treno o la sirena della nave che volavano all’orecchio. Circondati da fimmini simili, difficile poter divenire più
ricchi. Questo il privilegio di allora. Di Muscarella, che perciò le sa tracciare senza alcuna esitazione. E dei suoi coetanei. Si avverte ancora un tiepido calore: un amore, più amori. E ci si commuove. La qualcosa accadrà anche a chi adesso legge e non c’era ma è come se ci fosse. Non ricchissimo come i coevi, s’intende (allora a volgersi da ogni lato, sempre presenti c’erano maruzze maruzze maruzze). Quasi, però.
Quasi…

Strutturato in due lingue, è insolito questo romanzo. Non ne esistono molti. È noto che il misto linguistico italosiciliano ha prima trovato spazio in tanti film, quindi ha raggiunto i massimi onori ai tempi della televisione. Muscarella scioglie l’impasto, lo scompone nei suoi elementi primi; affida al lettore un piacere superlativo: che in ciascuno si riproduca, a caratteri ogni volta singolari, l’intreccio, lo scambio, la sintesi, questo incontro di identità. Operazione di grande coraggio, specie da parte dell’editore. Molto interessante sarebbe poter conoscere l’esperienza di chi ignorando i dialetti siciliani leggerà Maruzza. La comprensione dei significati sarà lontana o no da quella di chi è dotato di cognizioni dialettali?
Anche da questo punto di vista, Damiana, prototipo dal seguito ancora più ambizioso, è incoraggiante. Stando alla teoria degli atti linguistici, ogni parola enunciata influisce sull’ambiente circostante. Non per niente diversi ministri, non solo italici, al giorno d’oggi sono diventati campioni di parole e insistono a ricercare per via del “verbo” le fortune elettorali.
E se parlare è agire, non lo è di meno scrivere e leggere. Insorge perciò il convincimento che  farlo in dialetto sia aprire un orizzonte a sé; sarebbe un atto performativo, che in quanto tale costituisce un principio originario, una prospettiva differente. La doppia lingua di Muscarella, italiano nelle parti descrittive, siciliano nei dialoghi, con numerose incursioni di termini anche strettissimi nella prima area, è un potenziale notevolissimo. Ci coglie, mentre si legge, il roteare di tante sensazioni, il susseguirsi di innumerevoli visioni, l’immedesimarsi dell’uno con il molteplice e viceversa. Hanno sicuramente a che fare con lo sdoppiamento espressivo. Sovvengono i vortici innumerevoli che agitano il mare e tuttavia sembrano non potersi scorgere, sperduti nella immensa massa liquida.
Probabilmente aver letto in bozze, senza capitoli e sottotitoli, trasmette un unico fluire. Ma è certo che un desiderio di nuova unità percorre volutamente le due scritture di Maruzza.
Insomma, l’uso del dialetto affiancato alla lingua italiana e con essa in dialettica attiva è di valore sovversivo.
L’esempio clamoroso ci viene da ìa. Il pronome personale maschile singolare in italiano è <io» e troneggia in tutti i romanzi esistenti, mentre in siciliano ha una forma femminile: «ia». Lo si incontra in venti o trenta colloqui, non ricorre con ossessione, a riprova che l’uso del termine qui non è volto all’introspezione dei protagonisti ma proprio a rimarcare il capovolgimento delle parti sociali. Lo adoperano indifferentemente sia la donna: «Puru ìa»; che l’uomo: «tu sì tu e ìa sugnu ìa».
La performance che una parola, una sola, può procurare è formidabile. Se gli studiosi della mente, filosofi e psicologi, avessero considerato una lingua dialettale parlata (come parlata è quella non dialettale dei pazienti in analisi) dove non c’è l’Io ma l’Ia, probabilmente l’interpretazione dell’animo umano sarebbe stata un’altra. E chissà di quanto si sarebbero potute accelerare “l’emancipazione e la liberazione della donna”. Il dialetto, roba antica, sarebbe divenuto di per sé un avanzamento dei diritti civili e dei ruoli sociali, una forza del futuro.
Scrittura saporosa, addensata, piena di vita, di luoghi, di usanze: l’affresco di un mondo che non c’è più ma c’è ancora grazie alle infinite pennellate dell’autore. Se c’era festa si doveva mangiare in abbondanza, più che a sazietà. Ci offre, il romanzo, proprio quel sentimento: di pienezza, di indiscutibilità, di consistenza. Come un sacco di carrube o di noci o di pane raffermo da inzuppare d’acqua e offrire ai buoi. Si diviene più colmi (o più colti). Muscarella sa tutto della vita paesana di qualche tempo fa e tutto ci dice. In Antunina e Marietta, personaggi che scorgiamo nelle ultimissime pagine e prossime creazioni della trilogia, chissà cos’altro ci saprà dire su quelle comunità immobili e turbinanti. Con più escursioni, in un circondario che comprendiamo bene è stato frequentato a lungo dall’autore, ci viene fatta scoprire ogni cosa, anche minuscola: magari una verdura di gusto distinto se raccolta in campagna o presso l’abitato.
E gli animali e le leggende e i sogni. E le persone di ogni genere. Una sarabanda inimitabile del circo umano.
Forse converrebbe, nel leggere Maruzza, seguire il ritmo che era dei romanzi d’appendice, dei quali ha i tratti. Venivano pubblicati in supplementi settimanali di riviste popolari, una ventina di pagine per volta. Nel romanzo d’appendice tutto è prevedibile.
E l’attenzione del lettore è conquistata dalla domanda se quello che verrà appresso confermerà oppure no la previsione. Si ha una serie interminabile di previsioni-interrogativi-conferme.
Questo il meccanismo. Che funziona sia nel caso dei pochi fatti veramente importanti, sia nella stragrande maggioranza di altri casi trascurabili. Anzi, a far funzionare meglio il congegno è proprio l’accadere più semplice e ricorrente, poiché più facilmente prevedibile ecc. ecc. Il mistero non c’è. In compenso c’è il dubbio che possa presentarsi l’imprevedibile, l’ignoto. Ecco dov’è la base d’impianto del clima misterioso che avvolge tali opere.
La vetta della misteriosità si erge su un altro interrogativo determinante: quel certo personaggio, piccolo o grande che sia, se lo merita oppure no quanto è prevedibile che gli accadrà o già gli sta accadendo? Che poi sarebbe il quesito generale che eternamente accompagna l’esistenza dei siciliani: è giusto o no? c’è o non c’è giustizia? È un romanzo-saggio sulla famiglia. E sull’emigrazione. Esperienza tragica. Che si aggrava se si è privi di cittadinanza: clandestini. Di tale dimensione inesistente il personaggio irriducibile che è Maruzza può senz’altro vedersi riconosciuto il titolo di emblema. Chiunque leggerà il romanzo manterrà a lungo nel proprio immaginario il nesso emigrante-Maruzza.

È un romanzo intriso di orrore per la disuguaglianza, di indignazione per le ingiustizie. E non manca di una tesi politica amarissima ma che ha il pregio di fondarsi sulla realtà nuda e cruda (dunque modificabile): è un errore grossolano attribuire prevalentemente alle istituzioni la responsabilità delle ineguaglianze e iniquità; è nei comportamenti delle comunità, nei contrasti tra i ceti sociali e anche tra i singoli individui che si devono cercare le ragioni primarie degli accidenti. Combatterli occorrerebbe! Con le idee e con l’organizzazione. L’uso del condizionale è dovuto, in quest’epoca di disincantata sfiducia sull’impegno politico e perciò di delega ai capetti. Diventerà fumo e carbone tutto quanto prende fuoco. I resti anneriti. Non ci può essere dubbio. Eppure il colore di Pinuccia/ Josie, Santina/Sophie, Rosina/Rosie, non ci riesce di immaginarlo, orrendo com’è. Somiglia (forse è uguale?) a quello di coloro che non nel fuoco sono immersi ma nell’acqua.
Ci dice tante cose Maruzza. Che conosciamo quel partire, quell’andare per il mondo. E, per chi vi riuscì, quel tornare. Per raccontare. Non ai figli, i quali avevano visto e avrebbero preferito di no. Ai nipoti: ignari. Ai pronipoti che si cerca di ingannare, allora e ora, per fortuna senza successo, in questa malinconica Europa che si è ridotta a essere più piccola di un paese del palermitano.
È identico il colore. Non orrendo, stavolta. Questi dei barconi sono vivi (prima di annegare). E il Mediterraneo non è un palazzo che si possa chiudere con un catenaccio.
Per credere a quel che ci viene raccontato non è necessario sapere che l’ispirazione Muscarella l’ha avuta da storici sommovimenti autentici e inarrestabili. Lo vediamo di questi tempi noi stessi. Partenze di famiglie intere. “A cercare fortuna”. E se trovassero un girone infernale a forma di grattacielo triangolare, come il Triangle Shirtwaist, nelle lettere ai parenti parevano/parranno convinti di essere al traguardo.
Quanti ne morirono quella volta si sa. A quanto ammontano i crocifissi di tutte le volte, no. Né si sono mai visti gli storpi sopravvissuti. E se potessimo fare ai personaggi quello che essi fanno a noi? Comunicare. Dire loro. Emozionarli. Saremmo tentati di spiegare a Maruzza che il romanzo è un’invenzione. Che si tratta della fantasia di Muscarella trasferita sulla carta del libro.
Che insomma non si deve preoccupare e tanto meno spaventare… Non riusciremmo alla prova. Sarebbe una bugia, nemmeno pietosa. Non la potremmo consolare riportandola dalla immaginazione romanzesca alla realtà. Perché il fatto a New York City è veramente accaduto.
Incuriosiscono due assenze. Nell’elenco delle procedure di ricamo non è compreso il punto riso. Inoltre, nel tratteggio da gran disegnatore che ci mostra le fattezze di Maruzza, non ci viene detto di che colore abbia gli occhi, sebbene sia lo sguardo la via  dell’ innamora- mento.
È una chance che Muscarella, meritevole di gratitudine, ci concede. Il punto si riferisce al riso delle risaie, la maglia tessuta in tal modo richiama infatti l’apparenza dei mucchi di cereali; ma, per chi non lo sa o non si attiene ai dettagli, potrebbe essere inteso come punto del sorriso. Forse che a Maruzza e Ciccio era per destino negata l’allegria? La mancanza di sor-riso possiamo compensarla con la mancanza di indicazione sul colore degli occhi, che sarebbe limitativa se ci fosse stata fornita. Ci è concesso di immaginarlo! Scintillante come quando si è gioiosi. E anche qui ognuno sceglierà per sé: verde mare, smeraldo, castano chiaro o scuro, blu, forse nero.

L’elogio dell’essere femminile è il senso di Maruzza. L’apologia della donna è l’anima di tutto quello che Muscarella ha scritto e si accinge a scrivere. Quantomai importante in un’epoca dell’Occidente che fa assistere al divulgarsi di “sessismo”, “femminicidio” e altre ripugnanti nefandezze. Alle intollerabili qualità e quantità di violenza riservate alle  donne, la risposta è in quest’opera. Essa contiene l’unica cosa giusta che ci sia dato di fare verso l’altro “mezzocielo”: ammirarle e inchinarsi con rispetto. La rivelazione. >>

Francesco Tornatore

                                                                                                                             

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