Ha lasciato questo mondo sabato 24 gennaio 2026, proprio nel giorno in cui la sua fondazione organizzava il convegno sulla Pace nel Mediterraneo, con la presenza del Presidente della Repubblica.
Abbiamo chiesto una testimonianza al nostro autore Santi Di Gangi, il più anziano in vita tra quelli che possono raccontare notizie di prima mano sulla sua vita di sacerdote e di studioso di bellezza artistica e teologia.
Di Gangi è autore di due libri su due importanti personalità della diocesi cefaludese che hanno avuto influenza sulla vita di Crispino Valenziano: il vescovo Emiliano Cagnoni e il filosofo Mariano Campo.
“Crispino godi per sempre in Xsto Trasfigurato”.
Raggiunto anch’io dalla notizia nel silenzio del mio ritiro mi sono sentito ricolmo di ricordi e di pensieri, che si risolvono in calda preghiera.
Non avevo intenzione di inserirmi nell’onda della comunicazione.
Alla fine, volentieri, ho ceduto alla benevola insistenza dell’amico Pietro Attinasi di formulare una modesta paginetta, piccola, testimonianza di devoto affetto, di ammirazione ma soprattutto di immensa gratitudine che, devo – grande debito- al presbitero Crispino Valenziano. Gratitudine che si riferisce al tempo in cui il grande Vescovo Emiliano Cagnoni lo aveva destinato alla formazione dei giovani del seminario per il discernimento della vocazione. Furono i quattro anni dal 1958 al 1962. Furono gli anni del pontificato del santo Papa Giovanni XXIII e della preparazione del Concilio.
Era il tempo della mia adolescenza; in modo critico e sofferto maturavo la mia scelta per il sacerdozio.
Ho espresso in tante occasione a Mons. Valenziano la mia gratitudine e affetto per la pazienza, l’attesa, e la trepidazione con cui accompagnò quella mia temperie.
Ci insegnava anche la filosofia. In quella docenza quante iniziazioni al gusto della verità e alla Bellezza! La prospettiva era quella dell’Amore, della Persona, della reciprocità delle coscienze, che attingeva al pensiero del filosofo Sacerdote con cui elaborava la sua tesi di Laurea: Maurice Nédoncelle di cui divenne confidente e amico.
Furono i quattro anni delle primizie del suo lavoro; quelli meno conosciuti.
Mi piace testimoniare come in tempi in cui l’azione educativa si fondava sulle forme e sull’autorità. P. Crispino stabiliva con l’educando rapporti di amicizia e di fiducia.
Viene poi il Concilio e il vescovo Emiliano, che ne valutò e ne valorizzò le capacità, lo sollevò dall’impegno del piccolo ambiente del Seminario e lo condusse con se al Concilio dei cui grandi eventi divenne testimone e intenditore.
Fu allora che iniziò il cammino e maturò il Valenziano che conosciamo.
Voglio aggiungere una parola sul rapporto Cagnoni-Valenziano. Questi sentì di essere capito da quell’uomo dai grandi discernimenti e dalle vedute lungimiranti. Rimase il suo riferimento ideale nelle prospettive intellettuali ma soprattutto nella valutazione degli eventi e nel saper decifrare i segni dei tempi. Esprime questi sentimenti nella recente intervista che gli hanno sollecitato le discepole Cettina Militello e Marida Nicolaci.
In quella intervista è pure presente – e mi ha sorpreso – una nota su Mons. Campo. Il prete che interrogò Kant – che aveva una prevalente inclinazione agli studi estetica di cui produsse articoli e un corso sollecitato da Crispino alla Facoltà Teologica.
Nel 1978, un anno dopo la morte di Campo, ne fece una bella commemorazione nella rivista della facoltà “O Teologos”. Concludeva lo scritto dicendo che Campo lo aveva indirizzato al tema della reciprocità delle coscienze del Nédoncelle. Ma quello studio era stato motivo di separazione da lui tutto impegnato nello studio di Kant e della sua critica, ma si augurava che quella distanza nel tempo si ricongiungesse nella unità delle coscienze in Dio.
Quella distanza e quell’augurio Crispino ribadiva in quella ultima intervista.
Ma il mio intervento non può chiudersi senza che io ricordi la vera passione di di Crispinoi Valenziano: Gesù Trasfigurato.
La Cattedrale che studiò e per cui lavorò, era per lui, il monte Tabor in cui Pietro disse al Signore-Luce, “È bello per noi stare qui”.
Caro Presbitero Crispino, a cui devo tanta parte della gioia dell’essere sacerdote, quando morì mio Padre, proprio nel 6 agosto, solennità della Trasfigurazione del Signore, tu mi hai scritto in telegramma: “In Xsto Trasfigurato”.
Ora anch’io ti ripeto: “Crispino godi per sempre in Xsto Trasfigurato”.
Santi Di Gangi
Pubblichiamo altresì, a beneficio degli studiosi, un capitolo del libro di Santi Di Gangi, “Emiliano Cagnoni”, Vescovo di Cefalù, dal 1934 al 1969, il quale nominò Crispino Valenziano, finiti gli studi a Roma, vice Rettore del Seminario, apprezzandolo al punto di portarlo con se a Roma come segretario durante il Concilio Vaticano II.
Giunge da Roma Crispino Valenziano
<< Nell’ottobre 1958, in coincidenza alla elezione di Giovanni XXIII, giunge da Roma e viene inserito nella compagine direttiva del Seminario Crispino Valenziano, giovane prete, fresco di brillanti studi filosofici alla Università Gregoriana, già preconizzato al compito di educatore e docente di Filosofia da Cagnoni che pensa sempre al meglio per il “seminario dei suoi ideali”.
Viene Valenziano ricco di idee, fervido di fermenti pedagogici e innovativi. Lo entusiasma, lo ispira, la vitalità e lo stile di evangelica, umana semplicità del nuovo Papa. Tutto il mondo rimane avvolto dal suo fascino.
Valenziano traduce con spontaneità nei giovani del seminario l’apertura all’incontro pastorale del Papa con ogni uomo e con il mondo attingendo alla fresca spiritualità evangelica e liturgica. Il nuovo vice-rettore su queste risorse desta simpatia nei giovani che si aprono con desiderio alla varietà di iniziazioni culturali, ai rapporti educativi personalizzati basati su tratti di amicizia e fiducia.
Modo nuovo che sovverte la normale seminaristità portata avanti per lunghi anni con dignitosa zelante operosità dal Rettore Mariano Caldarella, reduce dalla esperienza bellica del 1915-18.
I tempi erano cambiati; di fenomeni simili si aveva notizia in altri seminari, anche di Sicilia. La dialettica aveva gli stessi termini: ritrosia e diffidenza nella direzione anziana, avanzava il nuovo giovanile in modo non più contenibile.
Presto il seminario, luogo degli ideali del Vescovo, divenne luogo di incomprensioni, di stridori, di attriti e di sofferenza.
Il Vescovo prestava ascolto e legittimazione per alcuni aspetti, all’una e all’altra voce. Qualcuno sbrigativamente lamentava l’ambiguità; altri non tolleravano la tattica del “laisser-faire, laisser-passer” che portò, si diceva, alla rovinosa rivoluzione francese. Non si intendeva che pazientare e attendere era fiducia nel buon senso e nel tempo che con la grazia dello Spirito Santo avrebbero ristabilito la calma e la pace. Non era inerzia irragionata e non vigilata; era rispetto e fiducia in chi aveva dato per tanto tempo energia e fatica alla veneranda istituzione.
Era insieme intelligente attesa e fiducia e prudenza verso i fermenti benefici dei tempi nuovi, memoredelle ottuse e nefaste repressioni del Modernismo agli inizi del secolo. Furono allora mortificate, vanificate, disperse benefiche intuizioni e acquisizioni che ora forse si riproponevano.
Nel frattempo ferveva e maturava la preparazione del Concilio.
Sarebbe di interesse conoscere come Cagnoni accoglieva i questionari e compilava le risposte da inviare a Roma. Certamente stava nell’idea corrente in curia ed in Italia, paventata ed esorcizzata oltralpe, che il concilio, preparato nella consultazione universale ed elaborato nelle commissioni centrali si sarebbe concluso in un trimestre.
Quando dopo la apertura solenne si consumò la insurrezione degli episcopati desiderosi di vere innovazioni, assecondati dalla coraggiosa liberalità del Papa, mostrò disappunto, forse irritazione. Convenne tuttavia che la iniziativa aveva fondate ragioni. Nelle tre sessioni a cui prese parte, gli fu vicino Valenziano che lui stesso aveva sollevato dalla stressante permanenza nella tensione del seminario.
Da lui conosciamo spiragli di acute riflessioni; per esempio ricusava il termine “Collegio dei Vescovi” non consono ai modi biblici; preferiva il “Sinodo” come vicino all’eloquio ecclesiale e forse più suscettibile di concretezza giuridica. Sarebbe di grande interesse conoscere di più, esemplificando ancora, sulle sue vedute sulla chiesa mistero, sacramento più che società perfetta,popolo di Dio, profetizzato in Israele. La Beata Vergine persona fortemente inserita e preminente nella realtà Chiesa.
Mons. Valenziano riferisce che fra i suoi libri si trovavano traduzioni delle opere di Moller e delle grandi voci contrastate e precorritrici delle scuole teologiche tedesche del XIX secolo.
Nel seminario non si ebbe dalla sua voce nessuna eco del Concilio. I responsabili si assunsero l’intento e il compito della più greve restaurazione. Non nascondevano di ritenere pericolosi e devianti i teologi che pure ormai erano accolti nella laboriosità del Concilio. Questi teologi venivano letti sotto banco dagli studenti di teologia che si facevamo arrivare giornali e riviste per tenersi informati del procedere dei lavori conciliari.
Durante la terza sessione del Concilio (1964) in questo clima equivoco e surriscaldato, inattesa e a sorpresa, giunse una lettera del Vescovo Emiliano che scriveva ai superiori del seminario di esortare gli studenti di Teologia a formarsi la ossatura sui testi classici; il rivestimento viene dopo (testualmente).
I testi classici erano le tesi latine del Parente e del Piolanti, le Preletiones Biblicae di Simon Prado, la morale sempre latina di Zalba. Il rivestimento sarebbero stati Congar, De Lubac, Rhaner, Hèring che gli studentifrequentavano con desiderio.
Drammatico malinteso. Il prorettore, il buon don Giovanni Di Giorgi, in modo sprovveduto e maldestro lesse la lettera a tutti i seminaristi (pure agli ignari di scuola media) durante il pranzo tra un piatto e l’altro. Ricordo che anche se non si accettava la esortazione si apprezzò l’intervento formativo del Vescovo e si rilevò la sciatteria con cui fu comunicata.
Non partecipò alla quarta sessione; se ne dispensò. L’età avanzata lo dissuadeva, ma forse l’evento non lo entusiasmava. Non era argomento dei suoi ricordi, dei suoi discorsi. Si ha motivo di ritenere che non entrò fra le sue grandi esperienze.
Le costituzioni e i decreti non gli trasmisero l’ottimismo e la letizia fiduciosa di Papa Giovanni; non sembrava tangerlo la trepidazione mista a tenacia di Papa Montini. Certo, prendeva distanze dalle retoriche esternazioni del confratello Ruffini, ma non lo si vedeva sostenere le avventurose posizioni di confratelli audaci.
Mi sono fermato – forse avventurato – su queste ultime note per tentare di riportare a dimensioni reali fra limiti e grandezza la sua figura in rapporto ad un evento, il Concilio, che abbaglia e inquieta tuttora. I giudizi sbrigativi, decontestualizzati, liquidanti fannomale ai superstiti. Come anche le esaltazioni mitizzanti rischiano la vuota retorica creando più maschera che personalità.>>
cfr. https://edizioniarianna.it/shop-on-line/emiliano-cagnoni/
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