L’essenziale è vivere.
La vita si fa vivendo
Presentazione:
Palazzo Bongiorno
Sabato 10 gennaio 2026 h 17:30
Interverranno:
Giuseppe Ferrarello, sindaco del Comune
Arianna Attinasi, Edizioni Arianna
l’Autore Gandolfo Librizzi.
Martedì 15 maggio 2007 h. 18.55/19.18 Trinità dei Monti
Seduto a Trinità dei Monti, osservo il brulichio delle persone. Diverse nazionalità. Mille storie. Ognuna diversa dall’altra. Ognuno porta con sé la sua personale traiettoria. Ci si sfiora appena. Gli sguardi fugacemente si incrociano. Poi ognuno riprende il suo cammino. Ritorna al suo luogo. Se ci si osserva dall’alto, sembriamo tante formiche. Il mondo il brulichio di un piccolo formicaio. Progetti infiniti che ognuno coltiva nel suo animo che poi, infine, si lasciano. Cosa rimane del nostro passaggio? Siamo solo una brevità, un segmento. Solo un intervallo fra due limiti. Fra due momenti. L’entrata in scena e l’uscita dalla scena. Nel mezzo un gioco. Fatto da mille ruoli. Funzioni. Finzioni. Illusioni. Delusioni. Anche gioie e speranze. Spesso dolori. Solitudine. La promessa di un amore. Una parentesi che si apre e si chiude e tutto continua secondo il ritmato scandire del procedere del tempo e delle generazioni che si susseguono ininterrottamente. A volte rimangono le cose. Gli oggetti. I manufatti. Grandi o piccoli che siano. Quando anch’essi non si dissolvono ci richiamano un tempo passato. Ci testimoniano del lascito degli uomini che prima di noi, nel loro atto di recitazione prima della loro dissoluzione, apparvero nella scena. La loro impronta impressa nella pietra parla ancora oggi anche se a distanza di tempo. In fondo, identico è il ge- sto del bambino che con un ramoscello incide il proprio nome sul cemento fresco, con quello che incise le linee di Nazca; o di chi edificò le piramidi a Teotihuacan, a Giza o altrove. O con chi costruisce oggi un artefatto qualsiasi quale prolungamento del proprio sé. E noi che oggi li visitiamo ci aggrappiamo a queste cose come per chiedere loro lumi, cose mai udite. Esse continuano a interrogare ancora così come i loro costruttori, interrogandosi, li edificarono perché essi fossero una risposta che si tramandasse, perché si sapesse.
Le pietre parlano. Il loro esser state toccate, plasmate, sovrapposte ci dicono sempre qualcosa. Ci traducono la realtà, ci introducono in realtà più profonde. Ciò che fu in esse impresso è la voce che si ode ancora dell’operaio artigiano costruttore che le toccò, le plasmò, le forgiò. È il messaggio trasportato nel tempo dal tempo. Pronto a leggersi da parte di chi riesce a decifrarne il significato. Cosa cercano tutte queste persone? E cosa cercano negli altri infiniti luoghi della terra? Cosa vedono nelle tante fontane e nello scorrere delle loro acque? Nei colori deipalazzi? Nelle geometrie delle loro forme? Il Bello? L’Equilibrio? L’Imperituro? Il Trascendente? L’Assoluto? Tutto questo insieme? Come ne traggono beneficio da un così fugace guardare cose esteriori, lì, apparentemente im- mobili e immutabili, come il tempo che li ha consegnate a noi dal loro abisso di epoche passate?
Osservo, in fondo, che pure qui, nella città caput mun- di, il giorno scandisce il ritmo di ogni giorno uguale al giorno vissuto in ogni luogo. Qui, come nello sconosciuto villaggio africano o nelle basi dell’Antartide inesplorato, il sole sorge e il sole tramonta. Ci si alza e si va a dormire. Si prega. Ognuno il suo Dio. Ognuno nel suo tempio. Si ama e si odia. Si soffre e si gioisce. Si vive e si muore. Si costruisce, lì una capanna, qui un Foro o un monumento. Entrambi espressione di un atto produttivo del prolungamento di sé, di ciò che è pensato per eterna- re e magnificare il gesto. Così agendo, l’uomo lascia una traccia di sé. La lascia per testimoniare a se stesso di esser esistito, di non esser vissuto invano, di non essere dimenticato. Per eternare il suo folgorante apparire.

Published by