VENERDì 7 AGOSTO 2026 H 18:00
Quando e come un’autrice ormai “storica” per la nostra casa editrice continua ad animare la vita culturale di due cittadine della sua vita: Tusa, dove è nata e Cefalù, dove risiede, coinvolgendo associazioni teatrali, cinefili, pittori, fotografi nella produzioni e nella diffusione di un libro.
Ultimo esempio: la presentazione a Tusa dell’ultimo romanzo La memoria del vento, già presentato al Salone del Libro di Torino.
Interverranno:
– il sindaco Angelo Tudisca;
– il presidente dell’Ass. Amici Cinema Di Francesca Giovanni Cristina;
– il pittore Saro Curcio;
– il fotografo Salvo Ciano;
– le voci narranti del laboratorio teatrale Mario Turrisi;
– per la casa editrice Arianna Attinasi,
Sarà presente l’Autrice, che firmerà le copie.
Condurrà Alfonsina Bellomo.
Ingresso libero.
Ecco qui un assaggio del romanzo: Capitolo Ventesimo
E poi arrivò quello di giorno, Castrenze fu svegliato dal suono ininterrotto di una campana, pensò che si trattasse di qualcosa di tragico, un incendio o peggio una collisione, fece in tempo a vestirsi per scappare, ma uscendo dalla cabina vide tutti in festa che gridavano…
–Terra, terra.
Erano finalmente arrivati, da lontano si vedeva il porto di Buenos Aires.
E mentre il cielo si faceva rame e il vento portava profumi sconosciuti, vide in lontananza le prime luci in quell’alba nuova. E in quel momento, tra i sussurri degli altri, tra i singhiozzi trattenuti e le valigie legate con lo spago, Castrenze si rese conto che non era più solo un emigrante, era il primo passo di una storia nuova.
Furono momenti di concitata agitazione, tutti affacciati a guardare la “terra promessa”, si sentivano un po’ biblici come discendenti di Abramo, qualcuno piangeva, altri guardavano il cielo per una muta preghiera, qualcuno aveva piegato le gambe e sedeva in ginocchio, le mani intrecciate sul grembo… erano vivi e pensavano ai loro morti.
Accanto ad ognuno una valigia con dentro pezzi di un’esistenza presente ma già così lontana, una “truscia” di “robba” mala assortita, tra le dita una fotografia dal colore seppiato che sarebbe servita a trovare qualcuno tra le migliaia di volti in quel piazzale. Rosa la teneva stretta la foto, gliel’aveva data Japicu prima di partire…
– “Mi raccumannu – aveva detto – l’ha tèniri stritta, senza di chista si persa, iddu nenti sapi di tia, un sapi mancu comu si fatta,
attenta, chista è chiù ‘mportanti di la carta pi l’imbarcu”.
E Rosa l’aveva tenuta ben stretta la foto, dentro le “minne” l’aveva tenuta, tanto che a “sciariarla bona” sapeva della sua carne di “carusa”, sopra si vedevano i solchi delle lacrime e l’impronta delle dita della “picciridda” sua.
Non era passato giorno in cui non l’avesse guardata, forse per farsela pure piacere quella faccia di “masculu” di cui conosceva soltanto il nome, capitava ogni tanto che pure ci parlava, a modo suo doveva farselo amare quel marito per procura, ma soprattutto padre per sua figlia doveva diventare…
–” Attia tu, un mi babbiari, fallu pi l’armicedda di li to muorti, ja fimmina ‘nnuccenti sugnu, mi fici forza p’attrivirsari lu mari.
Taliannuti ‘nda l’uocchi mi pari puru nu bravu cristianu, la sorti fu pi nuatri comu na matri ‘ngrata, ni lassaiu crucifissi e suli supra sta terra marturiata.
Putìmu mettiri ‘nsiemi lu tua di duluri cu lu mia e fàrini sulu unu, fallu divintari ricchizza pi nuautri, scègliri di campari ‘nsiemi na vita nova senza scurdàrini nenti di cosi passati ma talialli sempri cu l’uocchi di lu jornu c’avi ancora a veniri, cu l’uocchi di dumani”.
Così parlava Rosa ma Castrenze non la vedeva in mezzo a quella fila di cristiani.
I viaggiatori dei piani alti non dovevano sottoporsi ad alcuna visita, il medico di bordo provvedeva a rilasciare una certificazione che attestava le condizioni di sana e robusta costituzione, come se fosse il ceto nobiliare o borghese a potere decretare la salute di ognuno, altra non ingiustificabile ingiustizia del carico di quelle navi.
La terza classe appena sbarcata veniva dirottata verso un capannone dove del personale medico provvedeva a visita di ognuno e alla successiva disinfestazione, di seguito venivano alloggiati in quelli che erano pretenziosamente definiti “Hotel degli Immigrati”, baracconi di legno scarso dove gli immigrati erano stipati uno sull’altro, i tempi di permanenza erano tollerati per un massimo di cinque giorni, il tempo per trovare un lavoro nei campi o in città.
Il redattore Luigi Barzini, che seguiva da vicino le vicende degli emigranti italiani in Argentina, nell’articolo “Gli allucinati”, così scriveva sul Corriere della Sera: “In questi ultimi tre giorni sono arrivati tremila e ottocento emigrati, in gran parte nostri connazionali. L’Hotel degli Immigrati è gremito.
Esso (e lo chiamano Hotel!) sorge su quella landa indefinibile, irregolare, fangosa, che sta fra il torbido e tempestoso.
Tutto intorno dei pantani putridi coperti da una superba vegetazione acquatica mettono un po’ di verde sul piano squallido e un po’ di miasmi per l’aria. Ha una forma strana, sembra un gasometro munito di finestre. L’acre odore dell’acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore d’umanità accatastata e di miseria”.
Castrenze avrebbe voluto seguire quella fila per vedere che fine aveva fatto la “carusa”, ma una voce, anzi tre, lo chiamava da lontano, erano i suoi zii che erano venuti a prenderlo con il cuore in mano, lo strinsero forte al petto, visibilmente commossi… Turi lo allontanò per guardarlo bene in faccia…
– “Sì comu a to patri, tali e quali a lu fratuzzu nuostru, unn’è veru Cicciu, talìalu buonu assumigghia a Pippinu, Ancilinu un ti pari precisu comu a iddu quannu era carùsu?
– Mi pari nu miraculu divinu ca si cu nuautri, la famigghia è puru chista, chidda ca vidi.
Nu !gghiu n’ammancava p’ essiri !lici.
To patri ebbi curaggiu e tu puru, ma vidi ca un ti ni pienti, cca si o sicuru”.
Castrenze si sentiva un poco “strabbidutu”, forse era il viaggio, forse la condizione di figlio che non era pronto a sostenere, forse il pensiero di Rosa che lo frastornava al punto di non assecondare tutti gli abbracci e le parole d’affetto e i baci, si sforzò ma riuscì soltanto a farsi strappare un debole sorriso.
Salirono su un’automobile nera, una Berlina posteggiata a pochi metri dal porto, la guidava zio Turi, gli imposero di sedersi davanti per potere dare uno sguardo alla città.
Erano grandi quelle strade e pure i palazzi… Castrenze non faceva in tempo a soffermarsi su un particolare che se ne presentavano altri mille ancora… mentre i tre zii cercavano di spiegargli i dettagli, lui sorrideva, avrebbe voluto dire pure qualcosa, in fondo se la meritavano, riuscì soltanto a pronun- ciare qualche parola…
– “Ca tutto è granni, se piensu a Tusa mi pari accussì nica… forsi pi grannizza si pò paragunari a una sula chiazza”…
Arrivarono in via Palermo che era mezzogiorno fatto, la palazzina era a due piani, non era di lusso ma aveva una certa dignità, ad accoglierli li aspettava una fimmina, fu presentata come una di “famigghia”, Eufrosina, non era più così giovane, Castrenze guardandola “affruntusu” si fece persuaso che “bedda” assai doveva essere stata da giovane, ora conservava quella bellezza un po’ sfiorita dagli anni ma così presente soprattutto negli occhi neri e intensi che ben si incorniciavano con la sua pelle olivastra.
Ben presto comprese pure che nell’espressione “una di famigghia” si nascondeva in realtà un rapporto più che familiare tra lo zio Turi e lei, insomma eranu ‘ngarzati.
Gli si materializzò in mente una frase che un giorno aveva colto distrattamente mentre scendeva le scale di casa della nonna Carmela…
– “Vo vidiri ca Turi teni na ‘ngarzata, stu malacarni, povera a me, matri scunsulata”.
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