Descrizione
Autore: Santa Franco
Esiste una terra arsa dal sole che è difficile comprendere, impossibile cercare di spiegarla. Bisogna avere bevuto del suo latte, nutrito delle sue radici, e respirato il suo stesso “sciato” per credere soltanto di averla sommariamente capita. Ma, anche se la sua vera luce non ti sarà mai svelata, conserverai la certezza di averla sempre amata, di avere subìto la sua incantevole malìa.
Nota dell’autrice
“L’ombra della luce” è maturato dentro il perimetro di una società tutta isolana dove le credenze e le pratiche magiche, contaminate da rituali religiosi, sono connaturate all’interno della precaria condizione esistenziale di uomini e donne che di quella cultura avevano bevuto e che in quella cultura avevano cercato risposte e punti fermi su un incerto e precario presente che non poteva volgere lo sguardo verso un futuro incontrollabile.
Volutamente non si è dato un nome a un luogo definito, la scelta rientra in una comprensibile ragione, quanto narrato non poteva e non doveva essere circoscritto ad uno spazio, questo avrebbe reso il tutto come realtà limitante, appunto, a un confine che lo avrebbe contenuto tutto.
Questa storia invece finisce dove ne inizia possibilmente un’altra, e quando la si incontra si potrebbe camminare a occhi chiusi, ne si riconoscono i contorni, le voci possono essere diverse, ma ne conservano il ritmo e la cadenza, la paura la si riconosce dall’odore, il cielo sopra possiede lo stesso numero di stelle, la luna ha la stessa arcana magia, la terra lo stesso afrore, i sciauri di zagara, di origano, di gelsomino sono sparsi dalla stessa aria di scirocco o maestrale.
Quando finisce la chiazza vi è sempre una vanedda, e poi un baglio, una tannura, un muro, una balconata, che ci sono sempre stati, possono anche avere cambiato colore, possono essere ora grigi, ora sgargianti, sfumati, ma sopra o dentro camminano quei cunti che sono, forse, nati prima ancora delle stesse persone che di quei cunti conservano la memoria.
L’intenzione era fare vivere questa dimensione come estensibile a una realtà tutta isolana, dove i personaggi hanno sì un nome, un carattere ben tratteggiato, ma la storia potrebbe essere stata consumata in ogni angolo del più sperduto paese di questa nostra terra di Sicilia. Il romanzo propone una panoramica di personaggi che si muovono e agiscono in una dimensione magico-religiosa che guida un quotidiano scandito da una regolarità sequenziale legata al succedersi del giorno e della notte non meno che alla ciclicità delle stagioni.
Un mondo, questo, che non può essere sconvolto per minare certezze consolidate dal tempo, uno spazio che non permette alcuna altra assimilazione che ne sconvolga la rituale normalità.
E quando, dentro quei confini, si configurano presenze “altre” che sconvolgono dimensioni umane e alterano i ritmi di vita assimilati nel tempo, ecco che insorgono paure ataviche e antichi turbamenti.
Nessuna torsione sociale e umana che costringa ad una retorica disponibilità verso il “forestiero”, piuttosto un ripiegamento sociale dei paesani che si chiudono in un “noi” eterno e pietrificato che non ammette alcuna inconsistente e infruttuosa integrazione.
Così ogni avvenimento che, prima dell’arrivo del “diverso”, poteva essere vissuto come un inevitabile circostanza del destino, ecco che viene circoscritto e identificato, si declina intorno a chi si presenta come dissonante rispetto a ciò che da sempre è identificabile e riconoscibile.
Nessuna torsione, dunque, che induce a ritagliare margini di inclusione, di contiguità sembra configurarsi verso il più radicalmente “altro”.
Di contro si ritagliano intorno verità diverse, si selezionano immagini e storie che riconducono a un passato lontano ma ancora troppo ancorato in uno spazio tutto al presente; si inseguono volti, drammi consumati dentro i muri di una casa che ne conserva ancora il “sciato”.
Le ombre prendono forme ambigue e sconfessano regole e leggi che disciplinano il mondo nei principi razionali, si scomodano pratiche magiche non meno che rituali religiosi e si postula l’esistenza di entità invisibili che vivono e interferiscono nelle vicende umane.
Una costruzione tutta incentrata su un radicamento di credenze che non conoscono filtri, che parlano un linguaggio comune, stratificato e rintracciabile in uno spazio e in un tempo che non conosce alcuna dimensione perché materia della memoria e dell’immaginario.
Una ragazza che si circonda di un alone di luce, un’abitazione maledetta, “le tante sofferenze, gli armali che morivano non meno che li cristiani, la Spagnola c’avìa fattu chiù morti di na guerra, la carestia, la terra arsa che non dava frutti, il cielo che non mandava acqua, na carùsa ca ‘mpazziva senza ragiuni, le camicie nere che furriavano per pestare a sangue, il purpito che cedeva dopo tanti secoli di onorato servizio, la fame ca non trovava abbientu,la scomparsa di Padre Fulgenzio, di quel sant’uomo”…
Tutte cose “stramme” che si stratificano in un mondo reale quanto immaginifico, e diventano di facile lettura dentro forme culturali rintracciabili in un tempo che non conosce tempo, in una terra che non possiede futuro, ma…
“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è.” (Marcel Proust).
Un esercizio culturale complesso questo che comporterebbe una visione aperta verso una dimensione fuori dai confini del sentire se stessi un po’ “isola”. Là dove domina questa certezza l’elemento salvifico diventa più lontano, e per quanto ci si sforzi di sfuggirne, vi si rimane per sempre dentro, circondati dal suo stesso mare.
Santa Franco




