Nobili e Parrini. Bellafronte. 1 dicembre a Trapani con Francesco Giacalone e Salvatore Valenti

Francesco Giacalone, La sacca di Bellafronte- Storie di nobili e parrini, d’eroi e di poviri mischini. Presentazione a Trapani.

Sabato 1 dicembre alle ore 18:00
presso l’Associazione tutela Tradizioni Popolari del Trapanese,
Via Vespri 32, Trapani,
si terrà la presentazione del libro di Francesco Giacalone, La sacca di Bellafronte (qui)

Interverranno
Prof. Salvatore Valenti, Presidente dell’Associazione;
Prof. Pietro Attinasi, Edizioni Arianna;
Prof. Francesco Giacalone, Autore.

 

“Venite cummari e cumpari, amici e parenti, cuntu e cantu a tutti li presenti la storia di un picciotto trapanisi con un core grande come nu paisi. Dumila anni indietro c’era fra i marinari nostri uno più coraggioso di tutti, che non si pigliava spavento di nenti. La sua barca andava e veniva di Favignana, Marettimo e tutti l’isuli intorno, come un lampo. Lu ventu soffiava dentro la vela e la spingeva forte forte, più forte di qualsiasi altro ventu. Navigava di notte o di giorno, per andare a pescare e ricompariva sempre con la barca a pelo di mare, piena di pesci che saltavano.
A volte era costretto a gettarne a mare qualche tonnellata se no affondava.
A lu tempu di quel tempo attraccarono nel nostro porto cintinara di navi. Comandava la flotta Amilcare, un pezzo di novanta rispettato in tutti i mari tra la Sicilia benedetta e l’Africa. Veniva di Cartagine, un paese vicino a Tunisi, che ora è pieno d’ossa di cani e colonni sdirrupati. Sta città era grande di larghezza e granni per l’imprese, li navi giravanu lu nostru mare pi lungo e pi largo e dunni c’era grano, accattavanu. Dunni c’era oro, pigghiavanu e scambiavano cu stoffe, broccati, seti pregiate. Grano, frumentu e spezi di tutti li speci. Accattavanu e vendevano, sapevano fare boni affari, ancora secoli prima che Roma venisse battezzata c’u sangu di un fratello gemello.
Quannu poi la capitale di lu munnu accuminciò a diventare grossa e a fare navigare i primi barcuna a mare per vendere oro e argento in cambio d’orzo e frumento, pirchì avevano i ricchizzi ma la farina no, trovavano solo purvirazzu e fumeri, e a chi chiedevano chiedevano, tutti ci rispondevano: “Passaro ora ora i cartaginisi.” E stiornu e dumani, ai romani ci cresceva lu nervoso a vedere sempre li navi partire vacanti e ritornare voti.
I senatori romani accominciaro a parlare di guerra, unu in particolare cunsigghiava di scannare tutti i cartaginesi e spargere di sale la civita Cartagine e i terreni intorno per non farci ricrescere chiù manco la mala erba.
Dunni trovavano il sale? Da noi, qui! Noi di sale ci viviamo e ci fatichiamo da millanni e ci sudiamo di la nascita. Bianco, accatastato sutta lu suli a muntagnoli, aspetta d’essere consegnato pi dare sapuri a la pasta, pi spargerlo cantonera cantonera in casa contro il malocchio. I stabilimenti l’usano per la conservazione di pesce e salatumi, tunnina e aringhe, sarde e acciughe. I Norvegesi ci salano u baccalà… e pure quello tuo se fai troppo lo spiritoso!

L’africani avevano grande considerazione dei nostri marinari…” (vai al libro)

 

 

 

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