Pietra d’inciampo per Liborio Baldanza, 58683 mecanicien, deportato a Mauthausen

Due anni fa, il 7 aprile 2019, veniva posata a Geraci Siculo la Pietra di Inciampo in memoria di Liborio Baldanza deportato a Mauthausen, trucidato dai nazisti durante la marcia della morte.

Liborio Baldanza, operaio specializzato alla fabbrica metalmeccanica Breda di Sesto San Giovanni (Mi), originario di Geraci Siculo (Pa), paese dove nasce il 2 agosto 1899, viene arrestato dalla Polizia e dai militi fascisti della Repubblica di Salò il 14 marzo 1944. Destinazione: campo di concentramento lavori forzati e genocidio a Mauthausen.
Muore stremato il 3 aprile del 1945.
Dopo 74 anni il Comune lo ricorda con la posa di una pietra di inciampo all’ingresso della Via Vento, che lo ha visto nascere e giocare nei primi anni della sua vita.

La sua colpa?
Avere organizzato e partecipato allo sciopero generale insurrezionale contro i nazifascisti in Lombardi nel dicembre 1944 e marzo 1945.

Ne parla Giuseppe Vetri nell’ottavo capitolo del suo libro, in corso di stampa per Edizioni Arianna,
dal titolo Se tutti vanno via. 58683 mecanicien,  Liborio baldanza. Un operaio siciliano da Sesto San Giovanni a Mauthausen.

Ecco uno stralcio del quarto paragrafo:
“4. Lo sciopero generale “insurrezionale” e gli arresti del marzo 1944
Nel progetto del Partito comunista lo sciopero generale del marzo ’44 vuole essere l’avvio di una insurrezione. Sono coinvolte le aree industriali del Nord, l’Emilia, la Toscana e vengono chiamati i lavoratori delle campagne. Sesto San Giovanni risponde con adesioni del 90-100%. Sul piano delle rivendicazioni immediate lo sciopero non porta nulla perché padronato, tedeschi e fascisti sono forti e uniti e rifiutano qualsiasi concessione. Lo sciopero sembra segnare un fallimento ma, nei mesi successivi, si vedrà che non è così: le bande partigiane riceveranno molti militanti dalle fabbriche, molti imprenditori cominciano a finanziare la Resistenza, il PCI ottiene la rappresentanza quasi totale della classe operaia.
Lo sciopero del marzo 1944 rappresenta una grossa affermazione della classe operaia, della sua combattività, della capacità di mobilitazione.È un momento di lotta che non ha eguali in tutta l’Europa occupata, quindi una grossa vittoria.
Baldanza, militanti noti e altri ancora anonimi, dopo gli scioperi di dicembre, preparano negli organismi di fabbrica quelli di marzo.
L’aspettativa è di dare una prima forte spallata alla dittatura e all’invasore tedesco.
Dall’1 all’8 marzo a Sesto c’è una fermata totale. Iniziano le maestranze della Breda seguiti dai colleghi di Falck, Marelli, Pirelli e delle aziende medio-piccole. Motivazioni economiche e politiche si mescolano nel portare decine di migliaia di lavoratori a incrociare le braccia e a rischiare la libertà personale e la vita, come dopo pochi giorni sarà evidente a tutti.
È il primo sciopero massiccio nell’Europa controllata militarmente dalle truppe germaniche come mette in evidenza la Stampa estera.
I tedeschi rispondono con una reazione in due tempi. A sciopero in corso tendono a far tornare al lavoro, armi in pugno, coloro che potrebbero avere paura. La Breda viene occupata dai tedeschi e dai mercenari italiani. Alla Falck intervengono i carri armati; tedeschi e fascisti mobilitano con la forza i tranvieri che, sotto la minaccia dei mitra, tornano a far circolare le vetture. La seconda reazione, avviata dopo alcuni giorni, durerà fino a maggio e consisterà nella criminale e massiccia deportazione di civili nei lager d’oltralpe.”

Ed ecco uno stralcio del quinto paragrafo
5. La Marcia della Morte
“Giunge infine l’alba dell’1 aprile: domenica di Pasqua. Pioviggina. I partenti già prima delle 6 vengono schierati nella piazza dell’appello per la conta: sono 1884. Alle 7, suddivisi in 3 colonne, si mettono in marcia da Hinterbruhl/Modling a Mauthausen. Alla fine di ciascuna colonna vigila una squadra di SS e una di seppellitori. Per le SS di scorta sono solamente circa due migliaia di numeri che camminano, molti dei quali non arriveranno a destinazione. Contrariamente però alle convinzioni granitiche del soldato tedesco, ogni prigioniero pensa di ultimare la Marcia e tornare a casa, libero. Questi lavoratori, in maggioranza italiani, che circondano Baldanza, non sono stati piegati, come invece avevano pianificato i nazisti; hanno conservato una riserva di energia per uscire da quell’inferno.

Ogni prigioniero si mette in cammino munito di 1 coperta e 1 pane. I tre amici camminano sempre insieme, sui vecchi zoccoli di legno aperti posteriormente, nei terreni fangosi fanno doppia fatica, molti se li levano per non perderli. Tutti sono fortemente debilitati per i lunghi e faticosi mesi di lavoro forzato e per il cibo insufficiente.
Lungo il cammino molti si liberano del peso della coperta e dopo 6 ore viene mangiata l’unica pagnotta distribuita. Chi l’ha fatto guarda poi gli altri. Verso sera fanno sosta per la notte su un prato, sotto la pioggia battente, in località Altenmarkt – an der Triesting1. La distanza percorsa è di 28 km. Risulta un morto. Non è distribuita cena.

Il 2 aprile la sveglia viene data alle 4 e 30. Niente colazione. Baldanza è molto provato dal giorno precedente e, come gli altri, è zuppo di rugiada notturna. Non mangia da 3 giorni, infatti il 31 marzo al revièr di Modling, non è arrivato cibo in conseguenza della decisione di uccidere tutti i ricoverati.
Al mattino alcuni non riescono ad alzarsi. Intervengono prontamente le SS e li abbattono. Viene fatto l’appello che si ripeterà mattina e sera. Cade pioggia mista a neve. Molti si ritrovano i piedi gonfi e, fra grandi dolori, riprendono la marcia. Sono i primi a crollare e ad essere finiti dalle SS2.

La tappa è di 31 km, fino alla cittadina di Scheimuht (luogo inesistente, probabilmente si tratta della città di Schwarzenbach). Vi giungono che già è sera inoltrata e pernottano in aperta campagna. All’appello risultano 45 morti, tutti finiti dai soldati di scorta. Chi barcolla e si appoggia al vicino, chi si siede un istante o si accascia sfinito, è raggiunto dalle SS che marciano in coda e viene abbattuto.

Due colpi di pistola alla testa o una breve raffica di mitra ne certificano il sicuro decesso. Con diligenza il soldato strappa e conserva il braccialetto che riporta il numero di matricola del prigioniero, registrando la località approssimata del decesso e la data. Il tutto dovrà essere consegnato poi alla Direzione di Mauthausen. Interviene la squadra dei seppellitori che, lungo il bordo della strada, scava velocemente una fossa non profonda dove infila i poveri resti coprendoli con qualche palata di terra. I becchini, detenuti anch’essi, fanno in fretta perché poco più avanti c’è un altro cadavere. Chi di loro indugia riceve il medesimo trattamento da parte delle SS di scorta.

Già dal giorno precedente molti prigionieri si cibano di erbe che strappano ai lati della strada3. Libero cammina taciturno e a fatica, risucchiato dalla scia di quelli che lo precedono. I pochi pensieri che riesce a mantenere lucidi sono verosimilmente per la moglie Anna e il piccolo Dimitri. Mario Taccioli lo esorta a tener duro, che ce la faranno.

Il 3 aprile, martedì, sono svegliati che è ancora buio. Baldanza fa fatica a tirarsi su dal fango dove ha dormito, Amleto Rossi pare stia pian piano venendo meno. Alle 5 e 30 le lunghe colonne si rimettono in cammino. Non viene distribuita colazione, né acqua. Per Baldanza è il quarto giorno senza cibo. Procedono fino alla località di Kirchberg am der Pielach; ancora altri 20 km. Incrociano un’interminabile colonna di soldati tedeschi che vengono dal fronte russo. Hanno uniformi lacere e sporche, molti feriti. Nessuno canta. La popolazione li applaude, a noi urla di “banditi”, “sudiciume”, “maiali”, e ci schernisce per come siamo ridotti, molti ci lanciano pietre4.

Sono arrivati a Mauthausen in 1624 su 1884 partenti. I morti complessivi sono stati 260 così suddivisi: 52 assassinati nell’infermeria.
Baldanza Liborio non è tra coloro che varcano la Porta Mongola nella fortezza di Mauthausen e non rivede il Muro del Pianto dove, ad enormi ganci, venivano appesi, come quarti di bovino, i corpi maciullati dei prigionieri. Oggi il Muro è ricoperto di lapidi e foto commemorative di coloro che in quel lager hanno transitato e consumato l’ultimo tratto della loro vita.
Baldanza non ce l’ha fatta e nemmeno Rossi Amleto. Taccioli è il solo, dei tre, che racconterà <<dei campi della lenta morte>>.

Il 3 aprile 1945 Libero non tiene il passo e comincia a restare sempre più indietro. Taccioli e Rossi rallentano, non lo lasciano solo. Anche Rossi è molto affaticato. Sulle gambe malferme Libero ha lucidità mentale per comprendere che non tornerà da Anna e Dimitri, né riprenderà il lavoro con i compagni; comprende che il suo tempo sta per concludersi. Sottovoce, le ultime parole probabilmente sono per i suoi cari. Sui suoi ultimi istanti l’unico testimone è l’amico e compagno Taccioli.
Libero si accascia lentamente sul bordo della strada, una SS gli è subito addosso per eseguire il solito lavoro. Riferisce Taccioli quante sofferenze e sevizie sopportate e quanti compagni caduti sotto la ferocia nazi-fascista. Dal compagno di fede Libero Baldanza, caduto sotto i colpi di mitra lungo la strada da Modling a Mauthausen, al compagno moscovita Boris, quanti compagni perduti… A tutti questi martiri il nostro perenne ricordo1.

Il soldato lo finisce con una rapida raffica di mitra, gli toglie la matricola 58683, poi lo spinge con un calcio nel fosso laterale. Viene assassinato tra Schwarzenbach e Kirchberg an der Pielach. Gli archivi ufficiali certificano che il decesso è avvenuto in ” località non nota tra Wien Hinterbruhl e Mauthausen” il 3 aprile 1945.

Baldanza muore libero. Nonostante la divisa da schiavo, la matricola, il lavoro da bestie, le costrizioni quotidiane, le sevizie, Liborio rimane un uomo libero. Il Regime fascista e il Male assoluto nazista non sono riusciti a piegarne la mente e lo spirito, a spezzare e annullare i principi ispiratori della sua vita e della sua militanza politica. Il suo corpo, maltrattato e sfruttato, rimane nel fosso, un mucchietto misero di stracci zebrati, semisepolto nel fango, ma le idee no. Non restano nel fosso perché sono idee irrequiete. Appropriate le parole di Bruno Zerbinati io sono stato arrestato e con me tanti altri non per idee politiche, non perché fossimo comunisti o socialisti o altro, ma perché volevamo la libertà, eravamo stufi della guerra, anche della miseria2.
In queste poche e semplici parole dell’operaio-tornitore della Breda III è racchiusa la vicenda concentrazionaria di Libero Baldanza.
Libertà, pace, riscatto dalla miseria erano i principali punti programmatici dei grandi scioperi dell’ottobre 1943 e marzo 1944, dove Baldanza si è posto in prima linea, consapevole delle conseguenze, come poi è stato. Baldanza è assassinato in terra straniera perché si è opposto al potere illegittimo del Regime fascista e dell’occupante nazista ma, particolare ancora più grave, perché è un elemento “irrecuperabile”, così sono considerate alcune categorie di oppositori politici. Agli irrecuperabili è destinato Mauthausen che, nella mente degli ideatori, equivale a lavori durissimi, fame, percosse di ogni tipo, sevizie, istigazione al suicidio, esecuzioni pubbliche, malattie, freddo, terrore, spersonalizzazione, annientamento mentale.
A tutto questo è stato sottoposto Libero Baldanza, per essere alla fine eliminato come uno “stuck”, un pezzo non più utilizzabile.

Arrivederci a presto con il libro di Giuseppe Vetri, Se tutti vanno via. 58683 matricien, Liborio Baldanza un operaio siciliano da Sesto San Giovanni a Mauthausen.

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